La fase due ha portato con sé la possibilità di tornare a relazionarsi, di passeggiare, di dare il buongiorno al barista sotto casa gustandosi un caffè prima di andare a lavoro. Quasi a voler ritrovare un senso di libertà, queste possibilità ri-acquisite alimentano la voglia di programmare le vacanze estive, di bere spritz lungo gli argini, di vestirsi dei colori della primavera tornando a prima del virus.
Ma il virus c’è ancora e il prima non c’è più. Quello che c’è è una fase nuova dai risvolti imprevisti. E allora, le speranze di ritorno alla normalità si mutano in tristezza e senso di angoscia, irrequietezza e confusione.
Un sentire non lontano da quello della fase uno, quando il virus ha preso piede in tutta la sua potenza, costringendoci a casa. Chiusi in casa, ci ha messo davanti a noi stessi, alle nostre vite, alle priorità maturate nel tempo, facendoci accorgere che priorità poi non sono. Ciò a cui il virus ci ha davvero costretti non è non uscire, ma è occuparci di noi stessi, guardarci allo specchio e negli occhi, in profondità. E nelle profondità ci sono gli angoli bui, le paure ma anche le speranze e i sogni. In profondità, risiede la propensione tutta umana per il controllo. Ci identifichiamo con un IO che agisce e decide dove andare, cosa fare, quando farlo, dimenticandoci che in realtà la natura profonda delle cose non dipende da noi. Non ne abbiamo il controllo. E il virus ne è solo un esempio.
A ben pensarci, se c’è qualcosa che possiamo controllare, quella risiede in noi. Dandoci l’opportunità di restare qui dove siamo, dando spazio a quello che c’è piuttosto che respingerlo: accettando l’imprevisto e l’imprevedibile, e realizzando che ciò che è davvero sotto il nostro controllo è la possibilità di entrare in una relazione diversa con gli eventi, armonizzandoci alla vita.
Forse, avremo una fase due nel momento in cui il virus ci avrà insegnato a familiarizzare con noi stessi e con la natura delle cose e se, allo stesso tempo, noi saremo stati così coraggiosi da ascoltare.