Bon vent. Il vento della resilienza

E’ un augurio che ho sentito fare in questi giorni, in lingua francese, da un italiano ad un altro.

Solitamente linguaggio di velisti e marinai, “Buon vento” è un saluto che è anche un auspicio, scambiato prima di salpare e nella vita di tutti i giorni. Perché chi vive il mare è consapevole che il mare c’è sempre, anche in terraferma.

Mi ha fatto pensare al vento, quello presente nella vita. Il vento è il caso, ciò che accade e non dipende da noi. Nonostante la legge di causa ed effetto, non tutto rientra sotto il nostro controllo, non tutto è semplicemente frutto di quello che facciamo. Di mezzo c’è il caso, benevolo o malevolo che sia. Certo è che, per non essere soggetti alle intemperie, dobbiamo agire, determinandoci. Mentre lo facciamo potremmo sentirci deboli, leggiadri, impetuosi, tesi, variabili. Potremmo incontrare piacere e gioia, così come resistenze e difficoltà che, come il vento, sono una condizione naturale del vivere.

E allora il vento buono non è quello che tira a nostro favore, ma quello che sappiamo attraversare.

Il vento può devastare, ma per sua natura cambia, è variabile. Riuscire ad essere flessibile e danzare assieme al vento, lasciandogli il ruolo da cavaliere, ecco cos’è il buon vento: la resilienza. La resilienza è quella delle corde della racchetta da tennis che si deformano sotto l’urto della pallina, accumulando una quantità di energia che restituiscono nel colpo di rimando, rimanendo così flessibili e lasciando che sia il colpo che ricevono a determinare la forza della risposta.

La resilienza è una qualità che possiamo coltivare, curare e accrescere in noi contattando noi stessi, il sentire e il vivere quotidiano, al di là del bello o del brutto. La resilienza non è un punto di arrivo, ma un percorso fatto di un lavoro continuo e incessante che può aprire uno spazio di flessibilità ai venti della vita.

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